Sunday, October 4, 2009

Incontro con P. Charles Morerod, OP nuovo rettore dell'Angelicum


La ragione non teme la verità
di Raffaele Alessandrini

"Conosceva già l'Angelicum? Era un antico convento delle suore domenicane annesso alla chiesa dei Santi Domenico e Sisto e questo chiostro è della fine del Cinquecento...". Padre Charles Morerod fa gli onori di casa mentre attraversiamo l'ampio porticato che adorna il formidabile complesso architettonico nel cuore del rione Monti, a Roma, che è sede della Pontificia Università San Tommaso d'Aquino.
Svizzero, quarantotto anni da compiere tra breve - è nato infatti il 28 ottobre 1961 a Riaz, nel cantone di Friburgo - dal 3 settembre padre Morerod è il nuovo Rettore Magnifico dell'ateneo domenicano. Frate predicatore dal 1983, è stato ordinato sacerdote nel 1988. Nel 1994 ha ottenuto il dottorato presso la facoltà di Teologia dell'Università di Friburgo con una tesi su Lutero e il Gaetano - cioè Tommaso De Vio (1468-1533), il Maestro generale dei domenicani che contribuì alla stesura della bolla Exsurge Domine. Nel 2004 consegue il dottorato di filosofia presso l'Istituto Cattolico di Tolosa. Dal 2008 è direttore del Catholic Studies Roman Program della University of Saint Thomas (Saint Paul, Minnesota, Stati Uniti d'America). È redattore dell'edizione francese dalla rivista "Nova et Vetera" ed è stato decano della Facoltà di Filosofia dell'Angelicum. Lo scorso 23 aprile Papa Benedetto XVI lo ha nominato segretario generale della Commissione Teologica Internazionale. Tra le pubblicazioni di padre Morerod ricordiamo Cajetan et Luther en 1518 (Friburgo, 1994); Oecumenisme et philosophie (Parigi, 2004; pubblicato anche in inglese nel 2006); Tradition et unité des chrétiens (Parigi, 2005); La philosophie des religions de John Hick (Parigi, 2006); The Church and the Human Quest for Truth (Ave Maria, Florida, 2008).
Al nuovo rettore dell'Angelicum viene spontaneo porre una prima domanda sulle peculiarità che rendono sempre attuale il tomismo. Si ricordano infatti le raccomandazioni di Paolo VI che nel discorso del 10 settembre 1965 - al sesto congresso internazionale dell'Accademia Pontificia San Tommaso d'Aquino - anticipava quanto il concilio Vaticano II avrebbe esplicitamente formalizzato di lì a poco circa l'opportunità di prediligere l'indirizzo tomistico nella formazione e nell'insegnamento teologico. Indicazioni in una linea di ininterrotta continuità con i Papi dell'età contemporanea a partire da Leone XIII. "Senza per questo - diceva Paolo VI - sminuire o sottovalutare l'eredità di altri grandi pensatori e teologi dell'Oriente e dell'Occidente a partire da Agostino".
"Mi preme sottolineare anzitutto la relazione stretta, e non contraddittoria, tra fede e ragione" risponde padre Morerod. "Quella relazione, così bene definita nell'enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II, che sottende fiducia in quel che può scoprire la ragione umana anche quando i pensatori non sono credenti, ma dicono una cosa vera. Questo non può che aiutarci.
"Tommaso esprime fiducia nella Rivelazione divina e nella capacità di pensare la fede nella ragione anche se la fede reca in sé un contenuto superiore a quello che la ragione può comprendere. Tale atteggiamento generale è sempre utile".
Un altro argomento a favore, aggiunge il nuovo rettore dell'Angelicum, riguarda l'atteggiamento di pace e di serenità nello studio che è proprio del metodo scolastico di Tommaso. "Nella Summa Theologiae egli non teme di confrontarsi con opinioni che sono, o che sembrano, contrarie al suo pensiero - quelle che egli chiama "obiezioni". L'atteggiamento di Tommaso, in questo senso, è veramente dialogico. E siccome lei parlava di Paolo VI mi vien da pensare all'importanza che Papa Montini dava al dialogo fin dalla sua prima enciclica Ecclesiam suam. Sarebbe poi sempre importante conoscere e capire Tommaso, anche solo per quello che egli stesso dice e insegna su molti altri autori. Autori che certamente vanno studiati, indipendentemente, dall'idea che ne ha l'Aquinate, ma la sua visione d'insieme consente un approccio unificato tra i campi più diversi della conoscenza. Un effetto positivo questo che riscontriamo anche tra i nostri studenti".
Un'altra domanda: "Nell'enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI proprio citando Paolo VI ricorda che "il mondo soffre per mancanza di pensiero" (53). E dice trattarsi di una constatazione che però implica un auspicio: serve uno slancio nuovo del pensiero affinché l'umanità comprenda di essere una famiglia. In quale modo può realizzarsi una tale aspirazione tenuto conto dell'incontro, e del confronto non sempre semplice, con culture e visioni tanto diverse?".
Padre Charles sospira. "È una sfida - dice. Una sfida nuova; seppure non del tutto. Già san Tommaso si doveva confrontare con un pensiero pagano come quello di Aristotele filtrato in gran parte da pensatori musulmani. Oggi la sfida è più impegnativa in quanto la possibilità e la capacità di conoscere gli altri sono più sviluppate e più immediate. Non è semplice, certo; ma dobbiamo avere fiducia. Come cristiani vogliamo il dialogo; anche con gente che ci respinge: non solo perché la pensano diversamente da noi, ma perché non sanno neppure che cosa sia questo dialogo. Spesso lo ignorano perfino alcuni credenti. Prevale al contrario, molto spesso, un atteggiamento di paura. Paura ad esempio della cultura contemporanea; o nei confronti di altre culture. Eppure dobbiamo avere fiducia".
"Tommaso dunque ci dà speranza?", vien fatto di chiedere.
"Sì, ci dà speranza - riprende padre Morerod. Egli ci insegna e ci avverte che è possibile, che si può comunicare. Personalmente m'interesso di ateismo. Ho riscontrato che a giudizio di molti atei nei più diversi Paesi la religione è vista con diffidenza in quanto fonte di divisioni e di violenza. E spesso lo è. Ma proprio questo deve maggiormente responsabilizzare i credenti. Essere credenti aiuta a capire le altre religioni, poi c'è - o sembra che ci sia - una certa crisi dell'educazione. Molti si lamentano per questo e certo questa università è un osservatorio privilegiato. Abbiamo studenti provenienti da quasi cento Paesi e di continuo tocchiamo con mano la difficoltà di entrare nella prospettiva di una cultura diversa. Anche se parliamo di studenti che quasi sempre sono cattolici, che hanno una fede comune e sono dotati di buona volontà. Penso ad esempio a molti studenti indiani".
Vien da chiedersi allora se ad esempio la questione delle caste incida sempre anche tra i cattolici. "Con noi - dice padre Morerod - non ne parlano molto. Ma temo che il problema sia ancora presente".
Il discorso sugli studenti della Pontificia Università di San Tommaso d'Aquino e sulle loro diverse provenienze suggerisce altri interrogativi riguardanti le linee di tendenza tanto sul piano statistico quanto sugli interessi prevalenti di studio. Al che il rettore ci informa che negli ultimi anni il maggior numero di iscrizioni si deve agli Stati Uniti d'America i cui studenti, uniti al nutrito gruppo degli italiani, rappresentano il 40 per cento del migliaio di unità che attualmente sono all'Angelicum - ma le iscrizioni, a tutt'oggi non sono ancora ultimate. Secondo le statistiche degli ultimi anni comunque l'Europa risulta ancora il continente maggiormente rappresentato. Il gruppo proveniente dall'Oceania per ovvie ragioni è il più esiguo. Tra il 12 e il 15 per cento - ma sull'esattezza dei dati che qui non ho sottomano, dice padre Morerod non giurerei - sono gli asiatici e, poco meno, gli africani. Tra gli asiatici abbiamo molti indiani, filippini, vietnamiti e anche alcuni cinesi. "Ed è bello assistere al dialogo di studenti delle più diverse provenienze". Un incontro multietnico e multiculturale intorno a Tommaso, viene fatto di osservare. "Guardi - sottolinea il padre Morerod - per la gran parte degli statunitensi e degli europei, lo studio di Tommaso è proprio la ragione principale che li ha fatti venire qui; un po' meno per gli altri. Gli asiatici in genere, specie gli indiani, sono attratti dalla spiritualità. Molti indiani se hanno scelto l'indirizzo teologico approfondiscono questa materia; ma anche gli iscritti ai corsi di filosofia sono portati nelle loro tesi a ricercare attinenze con l'aspetto spirituale delle religioni.
"L'accenno alla spiritualità fa riflettere su come oggi, nell'epoca della globalizzazione, i rapporti tra le persone e tra i popoli siano sovente dominati, all'opposto, da criteri molto materiali. Benedetto XVI nella Caritas in veritate ricorda come in economia predominino la logica contrattuale e di mercato spesso a scapito della solidarietà e della gratuità evangeliche - e tanto raccomandate, da sempre, dal magistero sociale della Chiesa. Ma vi sono ben altre problematiche che inducono alla riflessione: da quelle inerenti al rapporto uomo-ambiente a quelle che riguardano l'uomo con il proprio simile. Se Papa Montini a suo tempo aveva sottolineato come la questione sociale fosse divenuta questione mondiale, oggi Benedetto XVI avverte come la questione sociale oggi sia divenuta radicalmente questione antropologica.
"La salvaguardia della vita e della dignità della persona non riguarda più solo il concepimento, ma la manipolazione genetica: è la vita umana stessa che viene messa alla mercè delle biotecnologie".
Padre Morerod qui osserva che pur non ponendosi all'epoca di san Tommaso questioni quali l'ecologia o la bioetica, oggi all'ordine del giorno, da buon aristotelico è un attento osservatore della natura e dei suoi fenomeni. Egli si accorge che tra le varie realtà dell'universo creato esiste un collegamento analogico e un'armonia di equilibri; in questo egli ravvisa la mano di Dio. Intervenire sull'ordine delle cose produce delle conseguenze e san Tommaso osserva che da un errore compiuto a proposito sulle creature deriva un errore a proposito di Dio. E viceversa. Nella storia stessa vediamo come questo metodo abbia trovato valide applicazioni tra i vari discepoli di Tommaso: pensiamo solo a Francisco de Vitoria che al tempo della scoperta del Nuovo Mondo e di fronte alla diversità delle culture sa guardare con fiducia all'opera di Dio, comprende la necessità di non turbare gli equilibri e i vincoli imposti dalla natura il che, ieri come oggi, significa anche rispettare gli uomini nelle loro diversità culturali senza temere le novità. Agendo così non possiamo, e non dobbiamo, aver paura della verità.

(©L'Osservatore Romano - 3 ottobre 2009)