Friday, January 29, 2010

Festa di San Tommaso all"Agelicum


Omelia di S.E.R. J. Augustine DiNoia, O.P., Segretario della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, nell'occasione della Festa di San Tommaso

Sap 7, 7-10, 15-16 / Ef 3, 8-12 / Gv 17, 11b-19

Cari fratelli e sorelle. Guglielmo di Tocco così scriveva a proposito di San Tommaso: “Egli diceva Messa una volta al giorno, quando non era impedito da una cattiva salute, e ne ascoltava una seconda dei suoi confratelli o di qualcun’altro, nella quale poi molto spesso serviva all’altare. Spesso durante la Messa veniva letteralmente catturato da un sentimento di devozione molto forte che poi dissolveva in lacrime, perché veniva divorato dai santi misteri di quel grande sacramento e rinvigorito dalle sue offerte”.

Cosa significa dunque essere “divorati dai santi misteri” dell’Eucaristia?

Con il termine “mistero” in questo contesto, c’è in gioco qualcosa di più rispetto al nostro uso comune della parola che solitamente fa riferimento a ciò che rimane ancora non spiegato o qualcosa che sembra in sé inspiegabile. Noi ci aspetteremmo chiaramente che i misteri dell’Eucaristia siano qualcosa piuttosto diverso da un “mistero di un assassinio di un giallo”. Certamente.

Ma non dovremmo esagerare nel sottolineare la differenza tra il significato cattolico e gli usi comuni del termine. In ambedue i casi, la nostra capacità di capire e di penetrare una particolare realtà è sfidata in modo significativo. Naturalmente, ci aspettiamo che il mistero di un giallo sia rivelato nelle ultime pagine del libro, ma allo stesso tempo gli scienziati parlano invece dei continui misteri dell’universo.

Almeno in parte, quello che noi vogliamo dire col termine “mistero” è analogo a questi usi comuni. L’Eucaristia è un mysterium fidei—un mistero che supera la nostra comprensione, ma che può essere ricevuto solamente con la fede. Qui si cela la più importante differenza tra l’uso cattolico e gli usi comuni del termine “mistero”. Quando il termine viene applicato alle realtà divine, il mistero è per sua definizione senza fine. Questo non vuole dire che le cose di Dio sono permanentemente o radicalmente inspiegabili e incomprensibili, ma che esse sono senza fine e senza termine, cioè eternamente incomprensibili e inspiegabili. I misteri della fede sono così profondi nel loro significato e così terrificanti nella loro bellezza, che possiedono il potere sconfinato di attirare e di trasformare le menti umane ed i cuori degli uomini, le vite singole e le comunità intere, nelle quali essi vengono meditati, gustati e, finalmente, amati ed adorati.

Quindi, possiamo parlare del “mistero” (al singolare) e dei “misteri” della fede (come Guglielmo di Tocco, cioè al plurale). Il mistero della fede non è niente meno (nient’altro) che Dio stesso. Come insegna S. Tommaso, il mistero della fede è uno solo, perché il Dio Uno-Trino, che sta al centro di questo mistero, è uno nell’essere e nell’agire, e comprende in un solo atto dell’onniscienza la pienezza della Sua Verità e della Sua Sapienza. Attraverso il dono della fede, il credente è reso capace di partecipare in questa visione divina, ma sempre e solamente secondo i modi umani di sapere. Noi veramente conosciamo Dio, ma non nel modo in cui lui conosce se stesso. Seguendo la dottrina di S. Tommaso, la comprensione umana del singolare mistero della verità divina è così necessariamente plurale nella sua struttura.

In questo senso che noi possiamo parlare sia del “mistero della fede” – riferendosi alla sola realtà del Dio Uno-Trino, che è uno nel suo essere e nella sua azione, e conosciuto da noi attraverso il dono della fede – sia dei “misteri della fede” – riferendosi al nostro modo di capire gli elementi diversi dell’unico mistero del piano di Dio, come noi lo sperimentiamo nella vita della Chiesa. Tutti i misteri della fede sono i volti dell’unico e solo mistero della fede, che non è nient’altro che il Dio stesso, Uno e Trino.

Fondamentale in questo mistero della fede è il divino desiderio di condividere la comunione della vita trinitaria con gli esseri umani. Nessuno mai ha desiderato qualcosa di più grande di questo desiderio del Dio Uno e Trino. Dio stesso ha rivelato a noi (come altrimenti lo avremmo potuto conoscere?) che questo è il desiderio divino – più propriamente, è l’intenzione ed il piano – che sta alla base di tutto: della creazione, dell’incarnazione, della redenzione, della santificazione e della glorificazione. Guardare tutto con gli occhi della fede – adottare la prospettiva “degli occhi di Dio” – è vedere tutto nella luce di questo suo piano divino. Guardando le cose in questo modo – guardandole nel modo che Dio stesso ci ha insegnato – capiamo che siamo stati creati così che Dio potesse dividere la sua vita con noi. Dio mandò il suo unigenito Figlio per salvarci dai nostri peccati che altrimenti renderebbero per noi impossibile condividere questa sua vita. Cristo morì per questo, e, risorgendo dai morti, ci diede la vita nuova. Diventare santo significa essere trasformato, attraverso la potenza dello Spirito Santo, per opera della Chiesa, nell’immagine del Figlio, così da poter essere adottati come figli e figlie del Padre.

La gloria è la consumazione della nostra partecipazione nella comunione del Dio Trino ed Uno – niente meno che vedere Dio faccia a faccia. Il mistero della fede è, finalmente, un mistero d’amore.

La tradizione cattolica non ha esitato a descrivere questa partecipazione nella vita divina come vera amicizia con Dio. Data questa verità della nostra fede, non è in un certo senso appropriato dire che Dio dovrebbe essersi mosso per mandare il suo unigenito Figlio nel mondo e, nell’incredibile condiscendenza divina dell’incarnazione, prendere su di sé un’esistenza umana per essere conosciuto ed amato da noi come Gesù di Nazareth? Non era un adattamento, come dicono le Sacre Scritture, che il Figlio dell’uomo dovrebbe offrire la sua vita al Padre sulla Croce in un sacrificio di amore che ci riconcilia per la salvezza?

Per San Tommaso d’Aquino c’è un passo dall’incarnazione alla Santa Eucaristia: “è una legge d’amicizia che gli amici dovrebbero vivere insieme… Cristo non ci ha lasciato senza la sua presenza corporale nel nostro pellegrinaggio, ma egli ci unisce a sé in questo sacramento nella realtà del suo corpo e del suo sangue” (STh III, 75, 1). Conosciamo il piano di Dio ovvero di essere portati nell’intimità della sua vita divina – che Dio ci lasciasse il regalo straordinario della vera e sostanziale presenza del suo Figlio nell’Eucaristia. Nella luce dell’intero mistero della fede, possiamo considerare l’Eucaristia come il gesto del nostro divino amico.

At last, we have the answer to the question we posed at the beginning: what does it mean to be “consumed by the holy mysteries” of the Eucharist? It means: to be consumed by love. May St. Thomas, who experienced this rapture whenever he celebrated “the great sacrament”, help us to be consumed by the love of our divine friend who gave his life for us in the sacrifice of which we partake in the Holy Eucharist.