Sunday, September 22, 2013

Papa Francesco ed i Domenicani


Durante tre incontri di due ore ciascuno, il Direttore della rivista La Civiltà Cattolica ha dialogato con Papa Francesco.  Nell'incontro svoltosi a fine agosto, il Papa ha parlato della sua vita come gesuita, dei suoi modelli di riferimento, della stessa Compagnia di Gesù oggi.  Ma ha parlato anche dei Domenicani ed il loro carisma e tradizione intellettuale.  Ne emerge un ritratto a tutto tondo, che fornisce importanti chiavi  e riferimenti alla vita Domenicana.

Parlando di perché si è fatto gesuita:

"I domenicani mi piacevano e avevo amici domenicani.  Ma poi ho scelto la Compagnia, che ho conosciuto bene perché il seminario era affidato ai gesuiti." (p. 452)

Parlando della sua esperienza di governo:

"Il modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad avere seri problemi e ad essere accusato di essere ultraconservatore.  Ho vissuto un tempo di grande crisi interiore quando ero a Cordova.  Ecco, no, non sono stato certo come la Beata Imelda, ma non sono mai stato di destra."(p. 458)



Il Papa si sta riferendo a Imelda Lambertini, al secolo Maria Maddalena (Bologna, 1320 – Bologna, 12 maggio 1333), che è stata una religiosa italiana domenicana. Entrata giovanissima nel monastero domenicano di Santa Maria Maddalena in Val di Pietra, morì a soli 13 anni dopo aver ricevuto l'Eucaristia in modo ritenuto miracoloso. A 13 anni, alla messa dell'Ascensione, le suore si misero in fila per la comunione, tranne Imelda, ancora troppo giovane e ritenuta impreparata. A quell'epoca si pensava che per ricevere l'Eucaristia fosse necessaria una maggiore responsabilità. Imelda, ubbidiente alle regole, quel giorno si mise in un angolo della cappella a pregare; proprio davanti a lei, a un tratto, sarebbe apparsa a mezz'aria una luminosissima particola. Il sacerdote capì che non si sarebbe potuto rifiutare: così prese l'ostia e comunicò la ragazzina. La Lambertini entrò immediatamente in estasi e così rimase. Morì con un'espressione di gioia sul viso che rimase impressa negli astanti. Nel 1824 fu proclamata beata da papa Leone XII. Le sue spoglie sono venerate nella chiesa di San Sigismondo a Bologna. Memoria liturgica il 12 maggio.

Parlando della Chiesa che lui "sogna":

"Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita." (p. 463)

"Gli inseguenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti.  Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza.  L'annuncio di tipo missionario si concentra sull'essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus…  La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante.  E' da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali."

Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione.  Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l'annuncio della salvezza.  Non c'è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio.  Poi si deve fare una catechesi.  Infine si può tirare anche una conseguenza morale.  Ma l'annuncio dell'amore salvifico di Dio è previo all'obbligazione morale e religiosa.  Oggi a volte sembra che prevalga l'ordine inverso.  L'omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio.  Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure, da soli non manifestano il cuore dell'insegnamenti di Gesù." (p. 464).

Parlando sul posto specifico dei religiosi oggi:

"I religiosi sono profeti.  Sono coloro che hanno scelto una sequela di Gesù che imita la sua vita con l'obbedienza al Padre, la povertà, la vita di comunità e la castità.  In questo senso i voti non possono finire per essere caricature, altrimenti, ad esempio, la vita di comunità diventa un inferno e la castità un modo di vivere da zitelloni.  Il voto di castità deve essere un voto di fecondità.  Nella Chiesa i religiosi sono chiamati in particolare ad essere profeti che testimoniano come Gesù è vissuto su questa terra, e che annunciano come il Regno di Dio sarà nella sua perfezione.  Mai un religioso deve rinunciare alla profezia.  Questo no significa contrapporsi alla parte gerarchica della Chiesa, anche se la funzione profetica e la struttura gerarchica non coincidono.  Sto parlando di una proposta sempre positiva, che però non deve essere timorosa.  Pensiamo a ciò che hanno fatto tanti grandi santi monaci, religiosi e religiose, sin da sant'Antonio abate.  Essere profeti a volte può significare fare ruido …  La profezia fa rumore, chiasso, qualcuno dice "casino".  Ma in realtà il suo carisma è quello di essere lievito: la profezia annuncia lo spirito del Vangelo." (pp. 464-465).

Parlando di come si trasmette da un'epoca all'altra del depositum fidei:

"La Chiesa ha vissuto tempi di genialità, come ad esempio quello del tomismo.  Ma vive anche tempi di decadenza del pensiero.  Ad esempio: non dobbiamo confondere la genialità del tomismo con il tomismo decadente.  Io, purtroppo, ho studiato la filosofia con manuali di tomismo decadenti.  Nel pensare l'uomo, dunque, la Chiesa dovrebbe tendere alla genialità, non alla decadenza." (p. 476).

Parlando sul suo modo di pregare preferito:

"Prego l'Ufficio ogni mattina.  Mi piace pregare con i Salmi.  Poi, a seguire, celebro la Messa. Prego il Rosario. Ciò che davvero preferisco è l'Adorazione serale, anche quando mi distraggo e penso ad altro o addirittura mi addormento pregando.  La sera quindi, tra le sette e le otto, sto davanti al Santissimo per un'ora in adorazione.  Ma anche prego mentalmente quando aspetto dal dentista o in altri momenti della giornata."

Antonio Spadario, S.I., "Intervista a Papa Francesco" in La Civiltà Cattolica 164 (19 settembre 2013): 449-477.