Thursday, March 23, 2017

Una collaborazione decisiva. Il contributo del domenicano francese Louis-Joseph Lebret


L'Osservatore Romano 
(Charles De Pechpeyrou)«Bisogna che il suo ricordo permanga, che la sua opera continui, che il suo sogno di civiltà cristiana venga realizzato». Queste parole che suonano come un epitaffio sono state scritte dal beato Paolo VI, il 5 novembre 1966, dopo aver letto le ultime righe del diario di uno dei suoi più stretti collaboratori, il padre Louis-Joseph Lebret, scomparso quattro mesi prima a 69 anni. Una frase che esprime la grande stima di Giovanni Battista Montini per il domenicano francese e per il lavoro da lui svolto per tanti anni come pastore, ma anche sociologo, per aiutare i poveri del mondo intero a realizzare essi stessi il loro sviluppo. 
Una stima tanto grande da affidargli il lavoro preparatorio allaPopulorum progressio, l’enciclica sullo sviluppo dei popoli, pubblicata il 26 marzo 1967, festa di Pasqua.

«L’enciclica non avrebbe visto il giorno senza padre Lebret, ossessionato dall’idea di una economia “umana”, che rispondesse ai bisogni e non solo alla domanda quantificabile e solvibile», scriveva nel 2007 il gesuita francese Jean-Yves Calvez sulla rivista «Projet», di cui era l’allora direttore. «Fondatore del movimento Économie et Humanisme, poi dell’Istituto di ricerca e di formazione all’economia dello sviluppo, Lebret ha percorso il mondo, prodigando i suoi consigli per lo sviluppo al Senegal e ai paesi dell’America latina, ricorda padre Calvez. Ormai malato e incapace di partecipare agli incontri, padre Lebret riuscì tuttavia a trovare l’energia per consegnare a Paolo VI una bozza sul problema dello sviluppo. Morì nel 1966 prima della pubblicazione dell’enciclica, che porta ciononostante il suo stampo».
I rapporti tra padre Lebret e Paolo VI risalgono a molti anni prima. Il primo contatto tra il domenicano e Monsignor Montini, allora sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, risale al 1947. Lebret è in quel periodo direttore di Économie et Humanisme. Nel dicembre Monsignor Montini gli scrive in questi termini: «Apprezzo molto le belle iniziative del movimento da Lei creato e sarei contento di potermi documentare più ampiamente sulle sue idee e realizzazioni». I due uomini continuano la loro corrispondenza epistolare negli anni seguenti, fino al 1953, quando il prelato italiano propone al padre francese un primo incontro, al Vaticano. L’anno successivo il Sostituto viene nominato arcivescovo di Milano poi, nel 1963, è eletto papa; continuerà tuttavia a considerare Lebret un interlocutore privilegiato.
Come ha scritto il cardinale Paul Poupard — che ben ha conosciuto i due uomini in quel periodo — in Le développement des peuples, entre souvenirs et espérances, è così che «padre Lebret pervenne negli ultimi anni della sua vita, che furono anche i primi tre del pontificato di Paolo VI, ad alimentare l’informazione e la riflessione del papa, preoccupato dalla situazione del mondo e desideroso, in quel frangente decisivo della storia, di inscriversi nella tradizione dei suoi predecessori, molto attenti a proiettare la luce del Vangelo sulle questioni sociali del loro tempo». Dal 1964, in pieno concilio Vaticano II, Paolo VI gli affida molti incarichi. Padre Lebret è nominato esperto e lavora più particolarmente all’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Sarà lui il rappresentante della Santa Sede a Ginevra nella prima Conferenza delle Nazioni unite per il commercio e lo sviluppo nel 1964.
Nello stesso periodo Paolo VI comincia a lavorare al progetto di una enciclica sullo sviluppo dei popoli. «Questa enciclica è il frutto di una lunga preparazione» annotava nel 1967 padre Charles Molette, biografo e storico francese, sulla rivista «Études sociales»: già prima di essere eletto papa, Monsignor Montini si era recato in America (1960) e in Africa (1962); questi viaggi l’avevano messo a contatto immediato con «i laceranti problemi che attanagliano continenti pieni di vita e di speranza» (Populorum progressio, 4). Più che mai il papa si affida in questa circostanza all’esperienza di padre Lebret. Tra il 1964 e il 1965 viene ricevuto in udienza privata almeno cinque volte e ancora più spesso da monsignor Angelo Dell’Acqua, stretto collaboratore del pontefice e Sostituto della Segreteria di Stato. Il domenicano mette a disposizione la sua esperienza di uomo d’azione, lui che ha iniziato a interessarsi ai problemi concreti degli uomini all’inizio del suo apostolato, entrato in contatto con i pescatori bretoni.
«Padre Lebret non è un economista, è piuttosto un sociologo che effettua numerose inchieste sul terreno, ed è soprattutto un uomo di sintesi per l’azione e per l’impegno non solo in comitati interprofessionali ma anche nel sindacalismo» spiegava Marc Feix, professore associato alla Facoltà di teologia cattolica di Strasburgo, in un articolo pubblicato nel 2007 sulla «Revue d’éthique et de théologie morale». Designato cappellano dei pescatori bretoni nel 1929, Lebret crea a Saint-Malo un sindacato cristiano di marinai, poi una scuola normale sociale marittima. Negli anni cinquanta, attraverso numerosi viaggi, con le sue analisi di terreno e l’elaborazione di strategie di sviluppo, incontra i grandi nomi dell’economia dello sviluppo in Europa, in America latina, all’Organizzazione delle Nazione unite.
Ritorno a Roma. La settima ed ultima versione dell’enciclica Populorum progressio è approvata dal Papa il 20 febbraio 1967. «Sta tutto bene» scrive sulle bozze. Ognuna delle sette stesure è stata annotata personalmente dal pontefice ed è stata sottomessa al giudizio di esperti provenienti dai diversi continenti. «Fatto nuovo in questo genere di documenti, le citazioni ed i riferimenti sono tratti non solo dalla Scrittura, dai Padri della Chiesa, dal Magistero, ma anche da “saggi” cristiani come Pascal, Jacques Maritain, padre Henri de Lubac, padre Marie-Dominique Chenu, o da esperti cristiani come padre Lebret, Colin Clark, padre Oswald von Nell-Breuning», segnalava già nel 1967 padre Molette. L’autore vi vedeva «un doppio intento: il riconoscimento del lavoro degli esperti e un appello a loro rivolto».
A esempio, al n. 14 della Populorum progressio, intitolato «Visione cristiana dello sviluppo», Paolo VI afferma che «lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo». Un fatto rarissimo nella redazione di un testo pontificio di quel tempo, il Papa riprende testualmente un passaggio tratto dal libro Dynamique concrète du développement scritto nel 1961 da padre Lebret. «Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo di uomini, fino a comprendere l’intera umanità». Lebret, quindi, è citato dal Santo Padre, insieme a Blaise Pascal (Pensées) ed Henri de Lubac (Le drame de l’humanisme athée). Ma solo il prete bretone viene definito «eminente esperto». Un omaggio del firmatario di quella lettera enciclica a cui stava tanto a cuore l’interpellare «gli uomini di riflessione e i saggi».
L'Osservatore Romano, 22-23 marzo 2017